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Il postmoderno: una svolta epocale
Moderno,
postmoderno e storicizzazione della contemporaneità
Si può dire che
cercare di catturare l’universo giovanile degli anni Ottanta è un
po’ come giocare con il cubo di Rubik: spacca le meningi e mette a
dura prova la pazienza. Non è facile. Si rischia di perdersi.
Tante etichette, tante sottoculture, tanti movimenti che scorrono
e convivono a volte parallelamente, a volte sovrapponendosi o
intrecciandosi tra loro. E’ un panorama giovanile vasto,
eterogeneo e frammentato quello che fa da sfondo agli anni
Ottanta, ricco di novità ma anche di citazioni e riflussi. Un
perfetto correlativo oggettivo di quel termine, discusso e a volte
abusato, ma ancora oggi così attuale, che è “postmoderno”. Postmoderno,
Postmodernismo, Postmodernità, se ne parla e se ne
discute, se ne riparla e se ne ridiscute puntualmente. Afferma
Umberto Eco: «Malauguratamente “post-moderno” è un termine
buono à tout faire. Ho l’impressione che si applichi a tutto ciò
che piace a chi lo usa» (U. Eco,
Postille a Il nome della rosa, Bompiani, Milano 1980, p.
528).
E ancora: «Penso all’atteggiamento post-moderno come
a quello di chi ami una donna, molto colta, e che sappia che non
può dirle “ti amo disperatamente”, perché lui sa che lei sa (e che
lei sa che lui sa) che queste frasi le ha già scritte Liala»
(Ivi, p. 529). Il termine “postmoderno” sembra essere un sicuro e
comodo contenitore che, ad hoc, si adatta a molteplici e
differenti contenuti. Un dispositivo “acchiappatutto”, un po’ come
la moda. In particolare il termine “postmoderno” sembra essere
efficace per indicare tutto ciò che è ibrido, che va oltre il
bordo, che non vuole rientrare in un contenitore formalmente
definito. Più in generale i postmoderni, i cui nomi più rilevanti
sono quelli di Foucault, Lyotard, Derrida, Vattimo, pensano che la
modernità sia giunta al termine, sia un epoca “finita” (come il
Medioevo o il Rinascimento ), e ritengono pertanto che stiamo
vivendo in un’epoca caratterizzata, rispetto alla modernità, da
alcune novità sostanziali. Nell’architettura e nella letteratura
il postmoderno adotta l’imitazione di stili diversi appartenenti
al passato e l’assemblaggio in uno stesso prodotto, di una
molteplicità di stili. In filosofia si insiste, invece, sulla
crisi delle nozioni di “verità” e “fondamento”. Secondo i
postmoderni a metà circa del Novecento è iniziata una nuova epoca
nella storia dell’umanità, la cui portata rivoluzionaria è
paragonabile alla rottura segnata dalla rivoluzione economica,
sociale e politica avvenuta fra la fine del Settecento e l’inizio
dell’Ottocento. Si sarebbe verificato quindi un cambiamento di
tipo epocale: finita la modernità, sarebbe cominciata la
postmodernità, caratterizzata da nuove forme di produzione, da un
nuovo immaginario collettivo, da un nuovo modo di vivere il tempo,
lo spazio e la quotidianità. Il filosofo Gianni Vattimo individua
nell’avvento della società della comunicazione uno dei grandi
fattori determinanti per la fine della modernità. Dichiara Vattimo:
«Ciò che intendo sostenere è: a) che nella nascita di una
società postmoderna un ruolo determinante è esercitato dai mass
media; b) che essi caratterizzano questa società non come
una società più “trasparente”, più consapevole di sé, più
“illuminata”, ma come una società più complessa, persino caotica;
e infine c) che proprio in questo relativo “caos” risiedono le
nostre speranze di emancipazione»
(G. Vattimo, La società trasparente, Garzanti, Milano 1989).
Secondo il filosofo, i mezzi di comunicazione di massa
quali giornali, radio, televisione, sono stati determinanti nel
produrre la dissoluzione dei “punti di vista centrali”, definiti
anche, dal collega francese Jean-François Lyotard, i “grandi
racconti”. Radio, televisione e giornali hanno contribuito,
secondo Vattimo, a una moltiplicazione e differenziazione di
visioni del mondo, permettendo a minoranze di ogni genere, a
culture e sub-culture di ogni specie, di prendere la parola e di
presentarsi alla ribalta dell’opinione pubblica. «Questa
moltiplicazione vertiginosa della comunicazione, questa “presa di
parola” da parte di un numero crescente di sub-culture, è
l’effetto più evidente dei mass media, ed è anche il fatto che […]
determina il passaggio della nostra società alla postmodernità.
[…] Non solo […] l’Occidente vive una situazione esplosiva, una
pluralizzazione che appare irresistibile, e che rende impossibile
concepire il mondo e la storia secondo punti di vista unitari»
(Ivi). Nel mondo dei mass
media, parallelamente all’ampliarsi delle possibilità di
informazione sulla realtà, risulta sempre meno concepibile l'idea
stessa di una realtà che di fatto appare sempre più spesso
il prodotto delle molteplici immagini, interpretazioni,
ri-costruzioni che i media stessi distribuiscono. Tuttavia, per
Vattimo, questa vera e propria erosione del “principio di realtà”
prodotta dai mass media contiene in sé un’importante portata
emancipativa. «Qui, l’emancipazione consiste piuttosto nello spaesamento,
che è anche, e nello stesso tempo, liberazione delle differenze,
degli elementi locali…il mondo della comunicazione generalizzata
esplode come una molteplicità di razionalità “locali” – minoranze
etniche, sessuali, religiose, culturali o estetiche – che prendono
la parola, finalmente non più tacite e represse dall’idea che ci
sia una sola forma di umanità vera da realizzare, a scapito di
tutte le peculiarità, di tutte le individualità limitate,
effimere, contingenti. […] La liberazione delle diversità è
un atto con cui esse “prendono la parola“, si presentano, dunque
si “mettono in forma“ in modo da potersi far riconoscere» (Ivi).
Frammentazione e varietà nella moda e nell’universo giovanile
E’ nel corso
degli anni Ottanta che prende forma una vera e propria letteratura
scientifica scritta da “postmodernisti” e sul “postmoderno”. E’
nel corso degli anni Ottanta che si consolidano al massimo il
panorama e il paesaggio postmoderni. In questa dimensione
fluttuante e indefinita dove tutto appare insofferente e
incompatibile a barriere e confini netti, definiti e definitivi,
l’identità giovanile stessa appare come un qualcosa di fluo,
in divenire. Un’identità multiforme e camaleontica che muta colore
a seconda del contesto e dell’ambiente. Per adattarsi all’ambiente
o forse per difendersi dallo stesso. Un essere leggero e
volatile, ma di una leggerezza che può anche essere
“insostenibile” come scrive Milan Kundera nel 1984. E nel corso
degli anni Ottanta i giovani sembrano veramente aver assunto tutte
le identità possibili. Interpretato tutti i personaggi possibili.
Calcato tutte le scene. Vestito tutti gli abiti, le forme e i
colori a loro disposizione. Negli anni Ottanta c’erano tutti, ci
sono tutti. Tutti sembrano aver avuto il loro warholiano quarto
d’ora di celebrità. Una varietà umana e sociale di cui è ben
cosciente, ad esempio, Pier Vittorio Tondelli che, nel 1980, nel
suo romanzo d’esordio Altri libertini, testo generazionale
che chiude il decennio del Movimento e apre al vuoto pneumatico e
caleidoscopico degli anni Ottanta, così scrive: «Ma il cineocchio mio amerà, oooohhh se amerà la fauna di questi
scassati e tribolati anni miei, certo che l’amerà. L’occhiocaldo
mio s’innamorerà di tutti, dei freak dei beatnik e degli hippy,
delle lesbiche e dei sadomaso, degli autonomi, dei cani sciolti,
dei froci, delle superchecche e dei filosofi, dei pubblicitari ed
eroinomani e poi marchette, trojette, ruffiani e spacciatori,
precari, assistenti e supplenti, suicidi anco ed eterosessuali,
cantautori et beoni, imbriachi, sballati, scannati, bucati e
forati. E femministe, autocoscienti, nuova psichiatria,
antipsichiatria, mito e astrologia, istintivi della morte e della
conoscenza, psicoanalisi e semiotica, lacaniani, junghiani e
profondi. Eppoi tutti quanti gli adepti di Krishna, di geova, del
Guru, del Brahamino, dello Yogi. Indi ogni discendenza, bambini di
Dio, figli di Dioniso Zagreo, nipotini di Marx, illegittimi di
Nietzshe, pronipoti del Marchese, figlioletti delle stelle,
sorelline di Lilitrh luna nera e fratellini di prometeo
incatenato, anche bastardini di Frankestein, abortini di Caligari,
goccioline di Nosferatu. E ancora tutti quanti i transessuali, i
perversi, i differanti, i situazionalisti, gli edipici, i
preedipici e i fissati, i masturbatori e i segaioli, i corporali,
i biologici, i macrobiotici, gli integrali, gli apocalittici, i
funamboli, gli animatori, i creativi, i performativi, i
federativi, i lettristi, i brigatisti, i seminaristi, i
fiancheggiatori, i mimi e gli istrioni, i funerei, i piagnoni, i
mortiferi e i bestemmiatori, i blasfemi, i boccaloni, i grafomani
e gli esibizionisti e i masochisti e tutta quanta quell’altra
razza di giovani Holden e giovani Törless, giovani Werther e
giovani Ortis, giovani Heloise giovani Cresside, giovani Tristani,
giovani Isotte, giovani Narcisi e Boccadori, giovani Cloridani e
Medori, giovani Euriali e giovani Nisi, Romei e Giuliette. Eppoi
nuovi trimalcioni e nuovi Hidalgo, autori da giovani, da cuccioli
e da scimmiotti, oppiomani, morfinomani, spinellatori, travoltini,
trasversali, macondisti, marginali, baleromani, jazzisti e
reggomani, depressi, angosciati, nostalgici, dipendenti, studenti
e figli. Nonché stupratori viziosi e incannatori»
(P.V.Tondelli, Altri libertini,
Feltrinelli, Milano 1987, p. 190). In questo gioco di ruoli,
d’identità e di appartenenze, che così fortemente caratterizza gli
anni Ottanta, l’abito assume un valore e un’importanza cruciale
per i giovani. Nel corso degli anni Ottanta l’abito sembra essere
indispensabile al processo di costruzione dell’identità
individuale. Di un look. L’abito certifica l’esserci in un
certo contesto, in un definito ambiente, in un preciso movimento.
Il seguire uno specifico lifestyle. E’ segno di appartenenza. E’
strumento imprescindibile e indispensabile per la performance del
“corpo rivestito”. Corpo e identità risultano perennemente in
fieri, in continua costruzione, evoluzione e trasformazione.
Questa condizione di perenne mutamento ben si esprime nella
quotidianità di Reality Nirvana Tuttle, la giovane
protagonista del romanzo Favolose nullità di Lee Tulloch,
un ritratto perfetto e irresistibile della mondanità anni Ottanta:
«Ma non vedete cosa c’è di tanto favoloso nella mia vita? Posso
starmene qui, io, Reality, alta un metro e sessantadue, piuttosto
carina, con un corpo piacevole anche se qualche miglioramento non
guasterebbe e con i capelli un po’ trasandati, che non riesce a
decidere se siano corti o lunghi, platino o biondi, e tra mezz’ora
posso uscire dalla porta sempre io, Reality, ma alta un metro e
settantasette, con una parrucca di Ann-Margret i cui riccioli mi
scendono sulle spalle sbattendo un paio di ciglia da Elizabeth
Taylor che fanno sembrare i miei occhi verde palude smeraldi a
forma di mandorla (con l’aiuto supplementare di un paio di lenti a
contatto colorate Segreto delle Superstar) e il vestito corto anni
Sessanta alla Kim Novak» (L. Tulloch,
Favolose nullità, Baldini Castoldi Delai, Milano 2004, p. 55).
E ancora: «Tra mezz’ora potrei uscire dalla porta
sempre io, Reality, ma alta un metro e sessantaquattro, con un
paio di stivaletti disco bianchi, dei più deliziosi, un paio di
calze a rete verde-lime e un mini-abito Op Art con delle spirali psicadeliche viola e arancioni e un berretto spaziale di plastica
con la visiera di lucite. Potrei uscire dalla porta con una giacca
di pelle da motociclista […] O potrei uscire con il più elegante
dei tailleur di tweed marrone New Look, una camicia di seta color
crema e il colletto alla Peter Pan e i guanti bianchi di camoscio
intonati […] e una borsetta di vernice infilata al polso e un
turbante di feltro marrone con una grande spilla di perle infilata
da una parte, e così sembrare agli occhi del mondo una maestra di
scuola con il vestito della domenica che va a una riunione
revivalista. Posso uscire dalla porta bruna, rosa, o Dalmata, se
voglio. Posso avere capelli crespi africani o alla maschietta come
Louise Brooke o morbide onde artificiali che mi scendono di lato
sul viso. Posso avere labbra rosso-azzurro o innocenti labbra
rosa. Strisce di eyeliner nero o folti ricci di mascara blu. Un
viso pallido come un fantasma o tutto cosparso di polverina d’oro.
Un nastro di pois nei capelli o un anello al naso. Posso essere
una vamp, una vagabonda, uno spaventapasseri, trasandata, moderna,
post-moderna, Pop Art, disco, retrò, rococcò, go-go, zingara, New
Wave, New Romantic, New Look, Carnaby Street, Cossack, Bonnie e
Clyde, direttorio, debuttante, esistenzialista, belle époque,
maggiorata, baby-doll, Barbarella, punk, post-punk, preraffaellita,
persino preppy, se voglio, il che non succede mai.Posso
essere una qualunque di queste cose, e non so mai quale sarò
quando mi alzo alla mattina. E’ eccitante»
(Ivi, p. 56).
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